Programma settimana della cultura 2007
Dal giornalino degli studenti " La verrità" estraiamo alcuni articoli sulla settimana della cultura svoltasi questa primavera
Hey! Teachers! Leave them kids alone!
Un
giudizio da parte nostra sulla Settimana della Cultura non può che essere,
naturalmente, in termini di elogio. In primo luogo, per la sua estraneità ai
programmi scolastici e per la novità dell’evento; in secondo luogo, per
l’importante merito di aver reso il Verri un ambiente decisamente più vivo del
solito obitorio e sicuramente molto più gradevole per gli studenti, in quanto
vissuto nel clima festoso della manifestazione culturale anziché nell’ansia
della tirannia scolastica; e, non da ultimo, per la discreta partecipazione
concessa agli studenti.
Nonostante ciò,
nell’intento di promuovere la realizzazione di eventi come questo anche nei
prossimi anni, non possiamo non notare una serie di aspetti su cui si dovrebbe
porre mano allo scopo di migliorare sempre di più la qualità di tale
iniziativa.
Prima di tutto, come nota decisamente pratica, troviamo che la
partecipazione agli incontri debba essere più libera e non vincolata da
obblighi di classe (ciò che a una classe può piacere può non piacere al
singolo). Questo eviterebbe i problemi di perdita di ore di classi intere,
favorirebbe l’interesse per gli eventi e renderebbe almeno in parte vane le
accuse di voler “perdere ore” puntualmente rivolte agli studenti in queste
occasioni da professori ed educatori di ogni genere.
In secondo luogo dobbiamo riferirci ad una incomprensibilità di
fondo presente nell’organizzazione. Troviamo assurdo che nelle manifestazioni
pomeridiane, riservate alla libera espressione degli studenti, siano state
escluse esibizioni musicali nell’ambito del rock e del metal, in quanto “non
conformi agli ideali della manifestazione”. In realtà sappiamo tutti che è
profondamente illogico pensare che il rock, la musica degli autodidatti, dei movimenti
giovanili, della lotta per i diritti, della contestazione e della rivoluzione
studentesca, sia contraria alla libera espressione degli studenti di un liceo.
Infine troviamo che appunto le manifestazioni pomeridiane, il cui
spazio dovrà sicuramente essere decisamente maggiore in futuro (anche per
l’immensa quantità degli iscritti), debbano essere lasciate ad una maggiore, se
non totale, possibilità di gestione ed organizzazione da parte degli studenti,
in un clima da “HEY! TEACHERS! LEAVE THEM KIDS ALONE”, concepito non come una
manifestazione di superbia ma come il vero sale della democrazia e del
rinnovamento sociale, senza il quale la crescita della società non è possibile
né mai lo sarà.
Comunque stiano le
cose, la Settimana della cultura, i cui eventi abbiamo cercato di descrivere
nel modo migliore possibile, rimane una importante ricchezza per la crescita
della nostra scuola e siamo certi che tutti gli studenti sarebbero concordi nel
chiedere espressamente che essa venga replicata, con i dovuti miglioramenti,
negli anni a venire.
Marcello Guarnieri
Questa nuova stagione della società: noi e i musulmani
Che cos’è l’islam? Una domanda semplice,
banale, a cui tutti crediamo di saper rispondere. Ma, checché se ne dica, in
Occidente l’islam lo si conosce poco o non lo si conosce affatto. Ed è partendo
proprio da questo aspetto che don Giampiero Alberti ha iniziato la sua
conferenza. Che cos’è l’islam? Per comprenderlo è necessario risalire sino alle
origini della fede oggi abbracciata da oltre un miliardo di persone, indagine
che ci porta nel deserto intorno alla Mecca, nella grotta sul monte Hira, dove, in una notte dell’anno 610, un uomo di nome
Muhammad riceve dall’angelo Gabriele la rivelazione celeste, la parola
definitiva di Dio: il Corano. Testo più sacro dei musulmani, il Corano (
in arabo: da recitare ) è la raccolta dei versetti contenenti la volontà
divina, le norme morali e civili che ogni credente musulmano deve trasmettere
agli altri e rispettare nella propria vita quotidiana. Accanto al Corano ( che
i credenti considerano un “miracolo” ) nell’islam vi è un altro testo
fondamentale, la Sunna, ossia l’insieme degli hadith,
gli atti del Profeta, comportamenti da comprendere e imitare. È dalle parole
scritte nel Corano e nella Sunna che i musulmani traggono la sharia, la
legge islamica, ed ora è anche evidente il motivo per cui è impensabile per un
musulmano discernere la religione dalla politica. Difatti, per i musulmani
immigrati in paesi occidentali è “normale” non capire la nuova cultura in cui
si vengono a trovare, le norme laiche che ne regolano l’esistenza, e costruire
moschee, inaugurare scuole arabe e chiudersi in comunità ristrette dove non
vige il diritto del paese che li ospita, ma la sharia.
La domanda che ci si pone ora non è più
che cos’è l’islam, bensì come fare per instaurare un dialogo con in nostri
immigrati musulmani? Mi sembra ovvio che l’unico modo per incominciare e
portare avanti il dialogo sia riconoscere le radici comuni che abbiamo, poiché
alla base del Corano vi è la Bibbia, testo che ha forgiato nei secoli il
pensiero occidentale, non scordandoci comunque di alcune profonde differenze
che, se mal comprese, possono creare un abisso fra i due mondi. Dobbiamo solo
chiederci che cosa vogliamo. Preferiamo un multiculturalismo all’inglese,
un’assimilazione (teorica) alla francese o un “sogno comune” stile Usa? Oppure
abbiamo di meglio? Don Alberti ci ha invitati a riflettere sull’aspetto di
un’integrazione fondata sui doveri oltre che sui diritti. Il fatto che
un immigrato si garantisca una cittadinanza regolare e che si adatti alle
regole del paese in cui si trova non comporta necessariamente la perdita
d’identità, forse la cosa più grave che possa capitare, il male che è alla base
dei disagi comparsi lo scorso anno in Inghilterra e in Francia. Ma per far sì
che si attualizzi questa integrazione è necessario che anche noi andiamo
incontro ai musulmani conoscendo la loro cultura ed insegnando loro la nostra
in appositi centri d’aggregazione, dove dialogare, scambiarsi idee, discutere e
(perché no?) anche divertirsi insieme. Siamo noi giovani a dover dare inizio a
questo processo, perché (non dimentichiamolo mai!) il futuro del mondo dipende
da noi.
Fabio Bastici
Il
tempo della fotografia
Che cos’è una fotografia? Forse uno
scatto che immortala un momento piacevole della vita, oppure un documento che
testimonia la realtà. Di sicuro “la fotografia è una documentazione soggettiva
dei fatti che accadono, in quanto l’autore scatta ciò che gli interessa, ritrae
la realtà da un proprio punto di vista”. Questa è la definizione che ne ha dato
il critico di fotografia Roberto Mutti che, giovedì
19 aprile, presso l’aula magna del Liceo Scientifico “G. Gandini”,
ha incontrato noi studenti. Le sue spiegazioni hanno analizzato, dapprima, le
diverse funzioni della fotografia, che possono essere molteplici, dallo scopo
scientifico a quello di documentazione, dai reportage al semplice diletto
personale, per poi proseguire con un breve excursus storico.
Il primo evento di fotografia di
reportage si ebbe con la battaglia di Crimea, nel 1855, e ciò servì a far
accrescere consensi in Inghilterra per questa guerra.
Più tardi, nel 1860, il fotografo italiano Antonio Felice Beato
partecipò alla “guerra dell’oppio”, in Cina, come inviato per conto dei
giornali; ancora, nel 1886, su un giornale francese, uscì la prima intervista
completa di fotografia a opera del fotografo-giornalista Nadar,
pseudonimo col quale è conosciuto Gaspard-Félix Tournachon. Infine l’uso della fotografia può avere anche
una funzione propagandistica, proprio a questo proposito il critico Mutti ci ha mostrato alcune foto “ritoccate” provenienti
dalla Russia comunista: ovvero la fotografia del politico, a cui si voleva dar
risalto, era stata “ritoccata”, magari cancellando parte della folla che
partecipava al comizio dell’avversario politico. Operazione oggi ancora più
semplice rispetto al passato, con la tecnologia avanzata di cui disponiamo e le
macchine digitali che utilizziamo. E pensare che la nascita della
fotografia si può attribuire al lontano 1837, quando Louis Jacques Mandé Daguerre, da un’idea di
Joseph Néptce e del figlio Isidore, riesce a stampare le prime fotografie con il
metodo “dagherrotipo”. Il dagherrotipo si ottiene utilizzando una lastra di
rame su cui è stato applicato uno strato d'argento, quest'ultimo viene
sensibilizzato alla luce del sole con vapori di
iodio. Lo sviluppo avviene mediante vapori di mercurio a circa 60°C, che
rendono biancastre le zone precedentemente esposte alla luce. Il fissaggio
conclusivo si ottiene con una soluzione di iposolfito di sodio. In seguito,
poiché l’immagine non è visibile se non sotto una precisa angolatura, viene
pitturata la fotografia per riprodurre colori e immagini. Successivamente fu
trovato un nuovo modo per sviluppare le fotografie, ovvero il così detto
“stampa albumina”, chiamato in questo modo perché l’immagine sviluppata veniva
data dall’albume dell’uovo.Charles Marville fu uno dei primi fotografi ad usare questo nuovo
metodo. Poi fu trovato ancora un metodo più pratico, ma anche più nocivo,
ovvero fu sperimentato lo sviluppo a “collodio umido”.
Una mattinata interessante che ci ha
arricchito e, chissà, forse ha suscitato in qualcuno di noi una nuova passione.
Claudio
Gala
Daniela Pizzagalli: biografie per
passione
Si
tratta di una delle più affermate autrici di biografie nel panorama letterario
italiano attuale. La sua prima fatica letteraria, scritta nel 1988, è una
biografia di Bianca Maria Visconti; da quel momento ha pubblicato un libro
quasi ogni anno... e pensare che tutto è iniziato per caso. Docente presso un
liceo scientifico milanese, un giorno si è trovata tra le mani uno
straordinario documento: una lettera di Bianca Maria Visconti che annunciava al
marito, con estrema dolcezza e simpatia, la nascita del primogenito. La
scrittrice stessa dice di essere rimasta profondamente colpita e di essersi
innamorata della figura e della vita di questa donna straordinaria, tanto da
decidere di scrivere una sua biografia. Compito arduo: nessuno aveva mai
raccolto in precedenza notizie riguardanti Bianca Maria Visconti. Le lunghe
ricerche di documentazioni l’hanno resa una vera e propria esperta nel
decifrare calligrafie e abbreviazioni degli epistolari dell’epoca, competenze
che le sono state utili per i lavori successivi, ciascuno dei quali parte da un
approfondito studio del personaggio da raccontare. Come lei stessa le ha
definite, le sue sono “biografie romanzate” perché le vite dei personaggi sono
molto simili a romanzi, ma con convinzione afferma che non inserirebbe mai
nelle sue biografie episodi o particolari di invenzione e tanto meno sente la
necessità di scrivere romanzi. Dodici mesi il tempo impiegato dalla scrittrice
per la pubblicazione di un libro: sei per lo studio e sei per le varie stesure,
almeno quattro o cinque. I suoi personaggi vanno da uomini di potere a donne
con estro artistico prediligendo, comunque, caratteri sconosciuti perché più
facilmente descrivibili. Inoltre, parlando di figure poco note, lo scrittore è
in grado di inserire uno stampo personale all’opera a dispetto di grandi uomini
o donne dei quali già tutto si è detto. Sorprendente la rivelazione della sua
passione per Pietro Verri, del quale desidera parlare in uno dei suoi prossimi
libri. Il chiostro del nostro liceo, inaspettatamente affollato, ha ascoltato
con interesse il racconto della scrittrice, da insegnante e aspirante
giornalista ad affermata biografa richiesta dalle case editrici più importanti.
Irrinunciabile l’acquisto di uno dei suoi libri con dedica, tra i quali anche
l’ultima pubblicazione intitolata “Il Viaggio Del Destino”, l’appassionante
biografia di Carla Serena, viaggiatrice della metà dell’800 che “conquistò per
prima le distese del Caucaso”.
Benedetta
Lunghi
Liliana Cosi
Non ho mai amato
la danza classica in quanto la ritengo troppo ricercata e fine a sé stessa, ma
optando per l’incontro con Liliana Cosi ho pensato che non avrei avuto tutti i
giorni l’occasione di vedere una ètoile della “Scala” in carne ed ossa. Quando
Martedì mattina sono entrata nella palestra del “Gandini”,
ero abbastanza scettica, anche perché mi stavo perdendo tutta la conferenza di Moni Ovaia, che avrei di gran lunga preferito. Subito mi
hanno colpito tuttavia la semplicità e la complicità di questa donna che per
tutto il discorso, compresa la presentazione, non ha mai nominato il suo
grandioso passato artistico, benché avesse il diritto di esibirlo
orgogliosamente, trasmettendoci invece la sua meravigliosa voglia di vivere e
l’idea di bellezza ed eleganza che rende unica una vera ballerina e speciale la
gente più semplice. A questo proposito ci ha citato le parole di filosofi
presenti e del passato: la bellezza è un valore che oggigiorno spesso si
dimentica ma che andrebbe riscoperto. Entrata a 16 anni a far parte del movimento
religioso prevalentemente cattolico dei Focolarini,
fondato dalla carismatica Chiara Lubich, sin da
allora, dai palchi di teatri di tutto il mondo diffonde l’ideale di un mondo
migliore, vivendo in ogni momento le parole del Vangelo, vedendo in ogni persona
la presenza di Gesù.
Ho dovuto dunque
completamente ricredermi a suo riguardo e credo che, anche se probabilmente a
mia figlia non farò comunque imparare la danza classica, di sicuro io ricorderò
Liliana Cosi con stima e la guarderò come modello di pensiero e di vita.
Silvia
Alloni
L’acqua, un diritto dell’umanità
L’acqua è un diritto per tutti: farla pagare sarebbe un po’ come
far pagare l’aria che respiriamo.
Ci siamo mai davvero fermati a riflettere su questo tema? Chi ci
ha aiutato a capire meglio il problema è stata la “compagnia teatrale
itineraria”, diretta da Roberto Carusi, che, con uno spettacolo di teatro- documento,
lunedì 23 aprile, presso l’aula magna del Liceo Scientifico “G. Gandini”, ha affrontato i temi della privatizzazione dell’acqua,
delle multinazionali, del contratto mondiale dell’acqua, delle guerre
dell’acqua e delle dighe, degli sprechi e dei paradossi nella gestione
dell’acqua in Italia, del cosa possiamo fare concretamente noi per contrastare
le tendenze di oggi. L’acqua è infatti una delle componenti più importanti del
nostro pianeta e necessaria per la nostra sopravvivenza.
L’attore Fabrizio De Giovanni, dopo una breve
introduzione nella quale ha illustrato con un cortometraggio le rivolte in
Bolivia per evitare la privatizzazione dell’acqua, ha iniziato una serie di
riflessioni sulla scarsità d’acqua e sul fatto che questa è e deve essere un
bene comune e non un mezzo col quale potersi arricchire. Così ha esposto il
problema delle multinazionali che sono riuscite a trovare nel commercio
dell’acqua il loro “oro blu”; dopo il petrolio, definito appunto “l’oro nero”,
l’acqua si avvia ad essere considerata solo ed esclusivamente una fonte di
guadagno. Abbiamo assistito a settanta minuti di spettacolo in cui l’attore ci
ha parlato de “Le guerre dell’acqua”: l’acqua è insufficiente in Israele,
India, Cina, Bolivia, Canada, Messico, Ghana e Stati Uniti e le guerre
dell’acqua non sono un evento del futuro, ma sono già in atto. Spesso la
violenza politica nasce dalla competizione per appropriarsi delle scarse e
vitali risorse idriche e molti di questi conflitti politici sono nascosti: le
guerre dell’acqua vengono mascherate, facendole apparire come scontri etnici o
religiosi.
Ma in Italia, dove non ci sono guerre per avere l’acqua, dove
abbiamo un sistema idrico che ci fornisce acqua potabile, sana e controllata,
quasi quotidianamente, fin nelle nostre abitazioni, perché ci ritroviamo a
comprare le bottiglie d’acqua al supermercato?
Bottiglie che contengono spesso un’acqua peggiore di quella semplice del
rubinetto, un’acqua di cui non possediamo neanche delle analisi certe, mentre
noi, soprattutto qui in Lombardia, disponiamo di un’acqua “di élite”.
De Giovanni continua il suo monologo
facendo l’esempio di San Giuliano Milanese, in cui il comune ha messo a
disposizione dei cittadini una fonte dove poter prelevare acqua liscia e gasata
gratuitamente e del tutto sana, proveniente direttamente dalla nostra falda
acquifera. Niente supermercati, niente bottiglie di plastica lasciate per ore
sotto il sole prima di essere trasportate a destinazione.
Claudio Gala
Moni Ovadia,
l’ebreo che ride
Nella rassegna della “settimana della
cultura” anche il famosissimo attore jiddish ha tenuto nell’aula magna del
liceo Gandini una conferenza. Nonostante il ritardo
causato da disguidi di trasporto la conferenza è stata estremamente
interessate, grazie anche alla verve del relatore, che con un linguaggio
schietto e talvolta quasi pungente, ha catturato l’attenzione di tutti gli
ascoltatori riuscendo a ottenere un silenzio quasi ammirato fuori da ogni
aspettativa, visti i risultati ottenuti dagli altri, che erano costretti ad
interrompersi con colpetti di tosse e richiami all’ordine degli studenti meno
interessati e indisciplinati.
Ha introdotto l’argomento una riflessione
sui consistenti cambiamenti di clima che stanno interessando il nostro pianeta
e che inevitabilmente influenzano la sfera economica globale. Questi
cambiamenti ormai incontrovertibili sono da accettarsi nel modo più indolore possibile,
dice Ovadia, senza aggiungere alla loro già elevata
gravità anche stupidi, inutili e svantaggiosi scontri con quelle che ormai sono
le nuove potenze mondiali e che stanno soverchiando chi per secoli ha tenuto il
coltello dell’ economia dalla parte del manico (noi). L’india ad esempio, che
fino a qualche decennio fa era considerata uno dei paesi più poveri del mondo,
di quelli da portare come esempio ai bimbi schizzinosi dicendo “mangia-che-in-india-i-bambini-non-hanno-cibo-e-tu-lo-sprechi”è
ora la massima potenza informatica (il mercato del futuro) del mondo. Non
conviene, a parere del nostro simpatico jiddish, crederci migliori di loro,
sapendo che diventeranno inevitabilmente più forti di noi e che se non
collaboriamo ne finiremo schiacciati. Non è coerente neppure disprezzare e
sottovalutare i sempre più necessari immigrati di cui, anche se molti non lo
ammetteranno mai, siamo noi ad avere bisogno.
A parere dello scrittore fra non molto
tempo saremo tutti “cittadini del mondo”
come diceva già Democrito, trovandoci, volenti o nolenti, in una società in cui
ogni giorno convivono etnie diversissime; tra non molto i “migliori” italiani
potrebbero essere uomini o donne extracomunitarie, ma che nati, cresciuti ed
educati in Italia non hanno più nulla da invidiarci. Non esistono infatti razze
e “patologie” genetiche legate ad un’etnia piuttosto che ad un’altra. Insomma i
marocchini e gli albanesi non sono geneticamente cattivi e ladri, gli italiani
non sono geneticamente mafiosi e così via, ma i caratteri e i valori di
ciascuno si formano con l’educazione che riceve, come dimostrano i bambini
adottati che pur essendo di una “razza” diversa crescono come i bambini della
nazione in cui si trovano a vivere e non mostrano strani sintomi come una
predisposizione particolare a quei caratteri che l’ignoranza attribuisce ad un
popolo. In fondo la storia del mondo è una storia di incontri- scontri che
hanno portato al progresso e all’evoluzione: i numeri che si usano nel sistema
internazionale sono degli arabi che noi ora temiamo e additiamo come spietati
terroristi, o la musica di qualunque genere ha le sue radici nelle canzoni
blues degli “sporchi schiavi negri” dell’america.
L’unica via per poter convivere e andare avanti pacificamente in questo mondo è
quello di riconoscere agli altri le libertà e i trattamenti che vorremmo a
nostra volta ricevere e fare dei problemi degli altri problemi nostri, come
2000 anni fa circa disse Gesù, “Ama il prossimo tuo come te stesso”.
La conclusione dell’incontro è stata a un
tempo geniale e geniale sconvolgente: Ovadia ha fatto
presente che il destino di tutti è purtroppo o per fortuna quello di morire,
quindi se si considera la vita come un viaggio caratterizzato da incontri con
gli altri, diversi e che possono metterci in crisi facendoci scoprire che la
nostre convinzioni e sicurezze non sono inattaccabili e nemmeno le migliori,
non importa la destinazione che per tutti è uguale ma ciò che sta fra la
partenza e l’arrivo, il nostro bagaglio, un po’ come fece Ulisse nelle sue peregrinazioni
alla ricerca di Itaca.
La conferenza, molto interessante e piacevole, grazie anche
all’impensato silenzio del pubblico, non ha deluso né gli ascoltatori, né gli
organizzatori, che possono ritenersi soddisfatti di aver invitato un ospite
tanto azzeccato.
Alessia Camera.
La
musica illumina il Verri di passione
Il nostro sobrio
chiostro ha avuto l’onore, nel corso della Settimana della Cultura, di ospitare
l’appassionata esibizione dell’Erminio Cella Group, che, dopo una concisa ma
eloquente spiegazione di ciò in cui consiste la musica jazz, si è lanciata in
un repertorio musicale dei più eterogenei, che comprendeva persino colonne
sonore di cartoni Disney e l’indimenticabile sigla dei Flinstone.
Il tutto in una dolce atmosfera ora di soffusa calma e attenzione, ora di forte
carica espressiva (e di pregnanti e ritmate improvvisazioni di tromba) che solo
la musica ha il potere di generare attorno a sé. La più antica forma di arte,
di gran lunga antecedente la letteratura, ancora una volta non ha deluso,
regalando al Verri un momento di gioia e facendo pendere dalle labbra di un
pianoforte, di una tromba, di un basso e di una (eccezionale) batteria, le
molte persone presenti ad assistere, ha svuotato gli animi dalle riflessioni
della conferenza precedente di Daniela Pizzagalli ed
ha reso il nostro liceo cassa di risonanza di bravi musicisti, anziché delle
consuete letture esametriche virgiliane.
Notevole che
musicisti così bravi siano stati chiamati per la rassegna dell’anno. I nostri
più vivi complimenti agli organizzatori.
Marcello Guarnieri